Nino Cortese

Nacque a Perugia il 25 sett. 1896 da Vincenzo ed Emilia Sperandeo. Gli obblighi di servizio del padre, un preside di scuola secondaria, napoletano d'origine, segnarono, con una serie di trasferimenti, i primi anni della sua giovinezza. Compì gli studi liceali a Firenze e qui diede i precoci segni della sua vocazione di storico collaborando a due riviste, le Cronacheletterarie e Pluralia, con note bibliografiche e succinte recensioni. Seguì a Napoli gli studi universitari, fu allievo di Michelangelo Schipa e si laureò nel 1917 con una tesi su "Le origini del partito liberale napoletano”. Dal 1920 insegnò storia, dapprima nel liceo di Castellammare di Stabia, poi nel R. Collegio militare della Nunziatella di Napoli. Entrò nell'orbita crociana: in una pagina autobiografica (Cultura e politica a Napoli, pp. 10 ss.), il C. ricorda come sino dal 1917 il Croce gli avesse affidato l'edizione d'una testimonianza "preziosa" per intendere la vita del Mezzogiorno durante la dominazione spagnola, gli Avvertimenti ai nipoti di Francesco d'Andrea (in Studio giuridico napoletano, III [1917]; IV [1919]:rist. col titolo I ricordi di un avvocato napoletano del Seicento: F. D'Andrea, Napoli 1923). Questo lavoro segnò il primo approccio del C. ai problemi della vita culturale e politica del Viceregno, un filone di ricerca che sarebbe rimasto a lungo dominante nella sua attività di studioso. Sempre per designazione del Croce fece parte, come "rappresentante del Mezzogiorno" (così ricorda nella citata pagina autobiografica) della missione italiana incaricata di studiare nell'archivio di Simancas i documenti dell'età spagnola in Italia. Nel 1926, prendendo spunto dalla recente pubblicazione di La storia di Napoli di B. Croce, il C. formulava in un importante saggio, Storia politica d'Italia e Storia del Regno di Napoli. Respingeva come "una chimera" la ipotesi di "storia universale", di storia enciclopedica: non gli sembrava accettabile che lo storico assolvesse al suo compito riunendo gli "sparsi contributi" dell'indagine economica, artistica, filosofica, religiosa. Lo scrivere storia non poteva nascere da uno "scambio di servizi" (come in seguito si dirà) ma dalla capacità dello storico di concentrarsi su un solo aspetto della realtà, "quello che più fortemente colpiva la sua fantasia", e di ricostruire, attraverso quello, tutti gli altri. Nella recente opera del Croce sul Regno di Napoli il C. trovava la conferma della linea di sviluppo che aveva colto nei suoi diversi studi sulla storia del Mezzogiorno. Risaliva "dal fenomeno alla formula" e gli si chiariva il senso della storia meridionale. Si manifestava in essa un processo iniziato dalla monarchia spagnola col soffocamento del brigantaggio e col riordinamento della finanza, promosso dai Borbone nel Settecento "quando lo Stato tentò di nuovo una grande politica europea, armò un forte esercito, preparò una buona marina", rivelantesi contemporaneamente nella società civile con il movimento della cultura e con le riforme. Gli studi che seguirono lungo il corso dei decenni, seguenti (furono gli anni dell'insegnamento universitario a Messina: 1925-34; a Palermo: 1935; a Pavia: 1936-41; a Napoli: 1941-71; del matrimonio: 1932; della nascita dei figli: 1932, 1936; della vicepresidenza dell'Istituto per la storia del Risorgimento: 1952) diedero corpo con minutissime analisi condotte su una fitta serie di nodi, di problemi, di personaggi, di testi esemplari, alla sua concezione del Risorgimento meridionale. Tutta la storia posteriore può essere intesa come "il drammatico fallimento della parte migliore del paese nello sforzo di rassodare i risultati del Decennio dapprima col tentativo rivoluzionario del '20, poi col tentativo di collaborazione con Ferdinando durante la prima metà del suo regno" (Galasso). Una collocazione a parte nel complesso dell'opera cortesiana spetta agli studi ch'egli dedicò a F. De Sanctis, curandone l'edizione completa degli scritti in una serie di quindici volumi, iniziata nel 1930 e interrotta dalla morte. Trascorse gli ultimi anni della sua esistenza nella mai intermessa attività d'insegnamento e di studio. Nei suoi scritti del 1970 e 1971, accanto ai consueti temi dell'età napoleonica fanno spicco i titoli desanctisiani che avanzano i problemi della democrazia e della educazione della nuova Italia.

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